Ethereum: Cos’è e come funziona ETH coin

Se avete buona confidenza con Bitcoin e siete interessati ad ampliare lo sguardo sul mondo delle criptovalute, questo articolo su Ethereum (e sulla sua criptovaluta Ether) vi sarà forse utile ad aggiungere qualche pezzo al vostro puzzle.

Per avere un’idea iniziale della protagonista di questo articolo, è d’aiuto sapere che si tratta della seconda criptovaluta per capitalizzazione di mercato (circa 272 miliardi di dollari), immediatamente dietro alla “sorella” maggiore Bitcoin, che svetta con 714 miliardi di dollari di market cap.

Vediamo però nel dettaglio di cosa si tratta.

Ethereum, che cosa è?

Riportando le parole utilizzate da Ethereum stessa sul proprio sito, è una “piattaforma open source globale per applicazioni decentralizzate”. In altri termini, è una piattaforma basata sull’utilizzo di una tecnologia Blockchain che, attraverso l’utilizzo degli smart contract, permette applicazioni potenzialmente infinite.

Queste applicazioni decentralizzate a cui abbiamo accennato sono le cosiddette “dapps”. Il concetto su cui poggiano è particolarmente nuovo e innovativo e non è facile dunque descriverlo senza affidarsi a definizioni fumose. Ad ogni modo, ciò che è importare cogliere riguardo a queste applicazioni è che sono a libera entrata (uno dei più grandi meriti di Ethereum, poiché non è richiesto alcun background per accedere e utilizzare le applicazioni della sua blockchain) e decentralizzate, ovvero non subiscono alcuna influenza da parte di enti governativi o bancari.

Ethereum presenta un proprio linguaggio di programmazione. Può essere utilizzata, oltre che per portare a termine transazioni crittograficamente e in sicurezza, anche per garantire il funzionamento e la buona riuscita dei contratti senza la presenza della figura di un intermediario.

Tra i vari applicativi della rete blockchain di Ethereum vi sono i servizi bancari indipendenti, attraverso i quali la community può fare riferimento a prodotti bancari come prestiti e portafogli di risparmio decentralizzati.

È possibile immaginare il suo utilizzo anche per:

  • sistemi elettorali più sicuri e non “inquinabili”, impedendo che avvengano brogli
  • il deposito di documenti che non possano venire modificati unilateralmente
  • la registrazione di dati personali o la registrazione di documentazione burocratica delle pubbliche amministrazioni
  • l’apertura di wallet di criptovalute (anche) diverse da Ether, in quanto già diverse criptovalute, sotto forma di token ERC-20, si sono affidate alla tecnologia blockchain di Ethereum per le proprie ICO.

Mining, di cosa si tratta?

Per certificare la validità delle operazioni portate a termine è fondamentale l’intervento della community, che attraverso il mining aggiunge i nuovi “blocchi” alla catena.

Questo procedimento si basa sullo svolgimento dei complessi calcoli, necessari a verificare la sicurezza di ogni transazione avvenuta all’interno del sistema. Questo compito è svolto da migliaia di computer, dalla grande potenza di calcolo, disseminati in giro per il mondo.

I proprietari di questi PC, che devono affrontare i costi energetici legati alla mole di lavoro sostenuta dai computer e alla loro permanenza online, sono ricompensati con l’emissione di una nuova moneta Ether (ETH). È dunque questo il procedimento attraverso il quale vengono “estratte” nuove unità della criptovaluta di Ethereum.

Ogni operazione di calcolo è remunerata proporzionalmente ai consumi e allo storage richiesti per essere portata a termine. Questa somma prende il nome di gas e no, non si tratta di una coincidenza. Si allude proprio al concetto di carburante, in quanto l’impegno della community è ciò che permette lo sviluppo della piattaforma.

Questo processo che, più formalmente, prende il nome di Proof of Work, segue un concetto secondo il quale ricompensare gli utenti della community per avere contribuito all’affidabilità della piattaforma, incentiva la crescita della blockchain stessa.

Da Proof of Work a Proof of Stake

In realtà, gli ingenti consumi di energia provocati dal PoW hanno suscitato perplessità e proteste da più parti. In seguito, alcuni tra gli stessi sviluppatori di Ethereum hanno dichiarato che lo ritengono un metodo poco efficiente e addirittura pericoloso per il pianeta.

È da quì che si passa per capire la decisione di Ethereum di effettuare alcuni miglioramenti e arrivare al cosiddetto Ethereum 2.0, che vedrà la sostituzione del metodo Proof of Work con il Proof of Stake (presumibilmente già nel 2021).

Quest’ultimo è un meccanismo per l’approvazione dei nuovi blocchi della rete basato sulla quantità di criptovaluta detenuta dai singoli “miners”. In altri termini, maggiore è la quantità di Ether (ETH), detenuti maggiore sarà il proprio peso nel consenso a nuove transazioni e nuovi contracts.

Non è la prima volta che viene utilizzato questo procedimento consensuale in quanto è alla base, dal 2012, del funzionamento di Peercoin. Successivamente è stato utilizzato anche per altri token, per esempio c.

Anche questo metodo ha subito alcune critiche: è stato definito, da alcuni membri della community, “plutocratico” in quanto eliminerebbe l’uguaglianza tra i soggetti che convalidano la sicurezza di ogni singola transazione della rete blockchain. Tuttavia, l’attenzione agli enormi consumi provocati dal Prook of Work sembra prevalere e con ogni probabilità Ethereum proseguirà sulla strada di questo cambiamento.

Il ruolo di Ether negli smart contract

Ether (ETH) ricopre, all’interno dell’ecosistema Ethereum, un ruolo tutt’altro che marginale. Oltre a poter essere scambiata sui vari tipi di exchange assieme a Bitcoin, Dogecoin e via dicendo, assume particolare rilevanza anche per quanto riguarda tutto il funzionamento della blockchain Ethereum.

Le operazioni compiute all’interno della rete, gli smart contracts, possono essere saldate esclusivamente in ETH. Funziona in pratica da combustibile della piattaforma (ricordate il gas?), la crypto-benzina che fa muovere tutte le ruote del carro.

Peraltro, sovente accade che vengano confuse Ethereum e Ether e che, parlando di criptovalute, venga erroneamente citata la prima. Ethereum è la piattaforma che regola con gli smart contract una serie di operazioni, Ether la criptovaluta emessa da Ethereum per regolare le transazioni all’interno del circuito.

Ethereum, la sua storia e dove si va

La prima volta che si sente parlare di Ethereum è nel 2013, quando un programmatore russo di 19 anni, Vitalik Buterin, intuisce che la blockchain (già usata da Bitcoin, ma solo come portafoglio di denaro) possa avere numerosi utilizzi alternativi. Crede che la blockchain si possa applicare al mondo reale, che sia possibile sviluppare una rete che permetta la gestione in sicurezza di attività bancarie indipendenti, l’acquisto di proprietà, il deposito di dati sensibili.

Buterin, appassionato di programmazione da quando aveva 5 anni, sviluppa questa idea di software applicabile alla vita reale e la propone a qualche amico per raccogliere delle considerazioni e dei pareri in merito. Viene lanciata una campagna di crowdfunding e, già dai primi passi, riscuote grande successo. Questa prevedeva il rilascio di 2000 Ether in cambio di un bitcoin: vennero raccolti 31.000 BTC, che nei mercati del 2013 significavano 18,5 milioni di dollari.

L’idea era quella di mantenere l’indipendenza da enti governativi e banche centrali – propria del mondo crypto – ma sviluppare un progetto molto più ampio rispetto al semplice scambio di denaro. Ethereum infatti non nasce con l’obiettivo di diventare un alternativa alle monete tradizionali, un mero portafoglio di valute digitali, bensì guardando all’utilizzo della tecnologia e di internet come qualcosa di potenzialmente utile per la vita reale.

La grande crescita di Ether

ETH, così come Ethereum in generale, ha conosciuto dalla sua emissione un rapido sviluppo. Sia in termini di capitalizzazione che di valore.

Se al momento del lancio un ETH valeva 2,9 dollari, un anno dopo il suo costo era schizzato a $11. Il suo valore raggiunge il massimo storico a maggio 2021, toccando picchi da 4000 dollari a ETH. Alla data di scrittura di questo articolo, in giugno 2021, il suo valore si aggira sui $2300.

Anche il market cap è stato interessato da una crescita molto forte. Già nel 2017 valeva un miliardo e nel gennaio 2018 raggiunge quota 125 miliardi di dollari. In seguito a un periodo di “magra”, che ha visto il valore scendere prima a 8 miliardi e poi risalire in maniera costante ma lentamente, da dicembre 2020 avviene un vero e proprio balzo. Sempre a maggio 2021 ETH tocca il proprio picco di 480 miliardi di capitalizzazione. Ad oggi, in giugno, il market cap di ETH è di circa 270 miliardi di dollari.

Ether e le sue potenzialità

Sebbene Ethereum, con la sua criptovaluta (così come allo stato attuale le altre altcoin), sia ancora distante dai volumi e dal valore di Bitcoin, sono in molti a ipotizzare che presto potrebbe avvenire un sorpasso, con ETH che diventerebbe la principale tra le criptovalute.

Al momento i ruoli sono ben definiti. Tra le 10.332 valute digitali già in circolazione, Bitcoin ed Ethereum rappresentano le due grandi teste di serie. Insieme costituiscono più del 60% della capitalizzazione di mercato di tutto il settore crypto. Tuttavia, la prima stacca di molto ETH: 41% contro il 19% della creatura di Buterin.

Nonostante ciò, alcuni analisti vedono degli spiragli per un futuro sorpasso. A supporto di questa tesi vengono ricordate le enormi fluttuazioni di Bitcoin (a cui, tuttavia, abbiamo rilevato essere soggetta anche Ethereum e in via generale tutto il mondo delle criptovalute) e l’aspetto più sofisticato che gli investitori riconoscono in Ethereum.

Infatti, se Bitcoin persegue quelle che sono le tipiche finalità delle crypto, sviluppando una valuta digitale che sia alternativa alle tradizionali, Ethereum ha dalla sua una struttura e una tecnologia molto più articolata, nella quale gli analisti intravedono un potenziale ruolo innovativo oltre che di utilità sociale.

Sono molte le voci dai mercati che indicano questa prospettiva e tra questi c’è Todd Morley, co-fondatore di Guggenheim Partners, che ha definito Ethereum di “maggiore utilità” rispetto al Bitcoin.

Il rapporto di Ethereum con la finanza tradizionale

Se in principio larga parte del mondo finanziario, dei colossi bancari che operano sui mercati, si dicevano assolutamente contrari alle criptovalute e se fino a qualche settimana fa il governatore della US Federal Reserve, Jerome Powell, definiva le criptovalute “veicoli per la speculazione”, è vero altrettanto che nel corso degli anni si è assistito a un avvicinamento tra i due mondi.

Un episodio significativo in questo senso riguarda l’indiscrezione, trapelata a inizio giugno tramite Bloomberg, secondo la quale Goldman Sachs sarebbe pronta a emettere nuovi futures e opzioni su Ethereum. Nonostante l’emissione di questi nuovi strumenti non sia ancora stata ufficializzata, la presenza di alcune prove a supporto di questa notizia – per esempio il fatto che GS sia entrata di recente nel capitale sociale di CoinMetrics, una società attiva nell’analisi dei dati disponibili sulle blockchain – permette di fare alcune riflessioni riguardo a questo nuovo scenario.

Se Goldman Sachs, ovvero una delle banche d’affari più restie a “cedere” all’universo crypto, decide di offrire strumenti legati a Ethereum (dopo aver già sviluppato strumenti simili con Bitcoin) significa forse che il concetto di moneta digitale sta interessando anche i soggetti che rappresentano la finanza nel senso più tradizionale del termine.

È evidente che un fatto del genere, se si verificasse davvero, gioverebbe non solo a Vitalik Buterin ed Ethereum ma a tutto il settore. Sono in molti a chiedersi infatti quali possano essere delle strategie positive per i trader. Alcuni sostengono che una buona opzione possa essere rappresentata dai CFD.

I CFD sono uno strumento derivato, indicizzato a uno o più prodotti finanziari, che permette di negoziare dei titoli senza esserne realmente in possesso. In altri termini, si stipula un contratto con un broker che prevede le medesime condizioni di mercato (andamento, prezzo, ecc.) ma che non trasferisce effettivamente la proprietà dell’asset acquistato.

Il vantaggio dei CFD è che richiedono il pagamento di una sola piccola percentuale del prezzo totale dell’azione o del prodotto selezionato, permettendo di investire anche a fronte di costi azionari molto alti. In questo modo si potranno inserire in portafoglio molti più titoli di quanto si potrebbe invece fare dovendo pagare l’intero prezzo di mercato, traendo così profitto dall’andamento di numerosi asset.

Ovviamente i CFD portano con loro oltre a un’evidente opportunità anche un maggiore rischio, legato al fatto che in caso di trend negativo dei mercati ci troveremmo ad affrontare una mole di spesa più ampia di quella che potremmo permetterci.

Ethereum e gli NFT

La piattaforma Ethereum funziona anche per lo scambio e la creazione dei cosiddetti NFT (Non-Fungible Tokens). Questi rappresentano dei beni digitali unici, a cui sono connessi diritti di proprietà garantibili in sicurezza grazie alla tecnologia Blockchain.

In questo senso ha ricevuto grande attenzione mediatica la vendita, tramite la nota casa d’aste Christie’s, dell’opera “Everydays: The First 5000 days” di Beeple. L’acquisto, avvenuto da parte di Metakovan (lo pseudonimo del fondatore di Metapurse, il più grande fondo di NFT al mondo) per $69,3 milioni di dollari, è potuto svolgersi in sicurezza grazie al software Ethereum.

Gli attimi conclusivi dell’asta hanno tenuto incollati agli schermi 22 milioni di spettatori, collegati al sito di Christie’s per assistere alla vendita della terza opera più costosa di sempre tra quelle vendute mentre il loro autore era ancora in vita.

Le differenze tra Ethereum e Bitcoin

Come abbiamo già avuto occasione di dire Bitcoin ed ETH sono molto simili sotto diversi aspetti. Rappresentano entrambe una moneta digitale che è possibile scambiare sulle varie piattaforme di exchanges e che possono essere detenute in qualsiasi tipo di wallet digitale.

Se la moneta creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto (BTC) è nata sui presupposti di una valuta di scambio che fosse perfettamente alternativa al denaro emesso dagli stati e dalle banche centrali, Ethereum è stata sviluppata su altri principi. O meglio, per dare sì al mercato una valuta digitale che fosse anch’essa concorrente delle monete a corso legale ma, soprattutto, per costruire un’infrastruttura di internet attraverso cui potessero passare le necessità della vita quotidiana della sua community. Una piattaforma a cui affidare contratti, il proprio portafoglio online, lo sviluppo di un nuovo concetto di servizi bancari.

Un’altra differenza riguarda la velocità di approvazione dei nuovi blocchi della blockchain, che avviene in qualche minuto per BTC e in alcuni secondi per Ethereum.

Inoltre ETH non prevede limiti alle proprie emissioni, potenzialmente il numero di monete messe in circolazione da ethereum può aumentare all’infinito. Invece la criptovaluta più nota al mondo (BTC) prevede una presenza soglia sul mercato di 21 milioni di coin, per limitare il fenomeno inflazionistico peculiare delle monete nazionali.

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